Un bacino per Francesca

Un bacino per Francesca

Abbiamo pensato di fare gruppo e unire le nostre forze per realizzare un progetto da ‘regalare’ a Francesca. Abbiamo scelto un progetto del CEFA che sicuramente la rappresenta: si tratta di Africa, di acqua, di piante da coltivare, di creare opportunità di una vita dignitosa per tante persone…..

 Per sapere come aderire, vai in fondo all’articolo…

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PER DARE NUOVA VITA A PASTORI E AGRICOLTORI – KITUI, KENIA
Il progetto vuole sostenere la popolazione locale nella conservazione dell’acqua per la produzione agricola e gli usi domestici.
CEFA ha deciso di concentrare il suo intervento in una zona fortemente disagiata, colpita da una siccità prolungata. L’intervento prevede, tra le altre cose, di potenziare l’accesso all’acqua attraverso la costruzione di 10 bacini di acqua, realizzati costruendo dighe di sabbia che consentano di raccogliere e trattenere l’acqua dai fiumi stagionali.
Attraverso un migliore accesso alle risorse idriche per usi domestici e produttivi, la popolazione locale avrà l’opportunità di ridurre i rischi legati alle forti siccità che sono causa di fame e malnutrizione sia nei bambini sia negli adulti di queste zone.

LE DIGHE DI SABBIA
L’accesso all’acqua sarà ottenuto attraverso un sistema di dighe di sabbia. Nelle aree rurali africane, caratterizzate da siccità con occasionali rovesci torrenziali, le dighe di sabbia hanno dimostrato di essere il sistema più sostenibile per usufruire di acqua per irrigazione su piccola scala e per uso domestico.
In queste aree, infatti, gli alti tassi di evaporazione consumano rapidamente le acque superficiali. Le dighe di sabbia servono invece a contenere i torrenti stagionali, con un buon potenziale, e a creare zone di accumulo d’acqua.
Anche in presenza di forte siccità, l’acqua resta nella sabbia che si accumula nel bacino e, attraverso pozzi protetti e pompe, è poi possibile estrarla per usi domestici, per l’irrigazione e per il bestiame.

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LUOGHI:
Kenia, due zone semi-aride della Contea di Kitui

Mappa

 

BENEFICIARI:
2.500 agricoltori per le attività agricole, 100 apicoltori e circa 5.000 persone che beneficeranno dell’accesso all’acqua per usi domestici.
Nell’individuazione dei beneficiari del progetto una particolare attenzione sarà data ai giovani, agli orfani, alle vedove e in generale ai gruppi più vulnerabili. Almeno il 50% dei beneficiari sarà formato da donne dato che attualmente la maggior parte delle attività agricole sono realizzate dalle donne.

ATTIVITÀ PREVISTE (tra le altre):
– Selezione dei siti e progettazione delle dighe di sabbia, dei pozzi superficiali, delle pompe a mano e degli abbeveratoi
– Costruzione di 10 dighe di sabbia
– Costruzione dei pozzi superficiali e installazione di 10 pompe a mano;
– Costruzione di 10 abbeveratoi per il bestiame;
– Formazione degli addetti locali su sicurezza, funzionamento e manutenzione delle infrastrutture idriche
– Costruzione di 10 serre e 10 vivai per gruppi di orticoltori
– Allestimento di campi sperimentali
– Formazione degli agricoltori locali su tecniche colturali
– Costruzione e distribuzione di arnie e attrezzature agli apicoltori
– Costruzione di 3 unità attrezzate per la lavorazione del miele

Per saperne di più :  http://www.cefaonlus.it/dove-siamo/per-una-nuova-vita-di-pastori-e-agricoltori.asp

Come aderire

Per costruire una diga di sabbia ‘tutta nostra’ da dedicare alla Fag dobbiamo raggiungere almeno 8000 euro. Le dighe possono essere più o meno grandi in funzione delle caratteristiche del territorio. Si stima quindi che per costruire le più piccole siano necessari circa 8000 euro, per le più grandi circa 11000.

Per aderire al progetto collegatevi alla pagina http://www.cefaonlus.it/dove-siamo/per-una-nuova-vita-di-pastori-e-agricoltori.asp che descrive il progetto. In fondo alla pagina si deve cliccare su ‘SOSTIENE QUESTO PROGETTO’

Nota_Bene-2E’ IMPORTANTISSIMO indicare nella nota/causale del versamento ‘Un bacino per Francesca‘. Solo in questo modo le nostre donazioni saranno indirizzate alla costruzione della ‘nostra’ diga.

 

Hummus di ceci

L’hummus di ceci mi piace moltissimo e lo mangio volentieri in tutte le occasioni. A maggior ragione ora che fa caldo mi sembra un cibo estremamente appetitoso, dal sapore delicato e al contempo gustoso e molto versatile, dato che si presta a essere consumato sia da solo sia come condimento per tanti piatti. Le grandi proprietà nutritive dei ceci lo rendono poi una pietanza da non far mancare dalla nostra tavola.

Le ricette dell’hummus di ceci sono tantissime, come sono numerosi i paesi che ne rivendicano la paternità e non credo sia possibile risalire alla vera ricetta “originale”. L’altra sera ho assaggiato e apprezzato la versione di hummus di ceci preparata da Jaxon una giovane cara amica australian-britannica-italiana (come definireste una persona nata e vissuta per un po’ in Australia e poi trasferita a Londra, che annovera fra i suoi antenati ascendenti italiani?) che mi ha prontamente passato la ricetta da provare e anche dato il ‘permesso’ di condividerla con voi.

Jaxon è una giovane designer di prodotto che sta approfondendo gli studi di design tridimensionale al Camberwell College of Arts, London e che ha già prodotto oggetti di pregio insieme a Riccardo, suo compagno e figlio dei miei amici Paola e Roby (vi consiglio di vedere il sito dei giovani designer  https://selcestudio.wordpress.com/ ancora in costruzione, ma che già rende l’idea delle grandi capacità e potenzialità di questi due ventenni!).

E ora cimentatevi nella veloce ed efficace ricetta proposta da Jaxon e inviatemi le vostre varianti di Hummus, se ne avete, così da condividerle. Per quel che mi riguarda… sono pronta a provarle tutte!

Ecco le indicazioni di Jaxon:

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Ed ecco Jaxon pronta a consumare la sua creazione!

Jaxon e hummus

Buon appetito!

 

La Sicilia e Simonetta Agnello Hornby

Pubblico qui di seguito quanto mi ha mandato e Monica:

Sono una « serial reader »: se una scrittrice o scrittore mi appassionano leggo tutte le sue opere. Così ho conosciuto Simonetta Agnello Hornby e la Sicilia : nata a Palermo, ha concluso i suoi studi giuridici a Londra, dove risiede dal 1972.

Avvocato dei minori, lavora con le comunità di immigrati e presiede il Tribunale Special Educational Needs and Disability.

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La Mennulara, il primo romanzo che ho letto e che è anche il suo romanzo d’esordio, è ambientato nella Sicilia della prima metà del 900.

La Mennulara, domestica e acculata amministratrice della famiglia Alfallipe, muore nel 1963. Tutti parlano e favoleggiano di una grande ricchezza accumulata nel corso degli anni grazie ad accori con la mafia locale: alcuni la amano alcuni la odiano e la maledicono. Certamente ha salvato, con la sua oculata amministrazione, il patrimonio di Orazio Alfallipe, uomo colto ma incapace di amministrare i propri beni. Ha salvato la moglie Adriana, dopo la morte del marito, e i loro tre figli cui ha garantito un futuro. Eppure questi la detestano e pensano di essere stati ingannati da lei, donna rozza e ignorante che lascia loro uno strano testamento. Il romanzo è un affresco bellissimo della Sicilia, di una donna straordinaria, di personaggi e storie appassionanti.

cupole rosse 

Ancor più mi ha appassionato La zia Marchesa, ambientato nella seconda metà dell’800 in provincia di Agrigento. La storia dell’aristocratica Costanza Safamita, dal destino difficile, amatissima dal padre ma rifiutata dalla madre, viene raccontata dalla balia Amalia che ora vive in una grotta scavata nella pietra con la nipote Pinuzza.

La descrizione delle vicende di Costanza si intrecciano con quelle del crollo dell’impero borbonico: l’affascinante Costanza, rossa di capelli, rifiutata dalla madre cresce con le persone di servizio, tra attività quotidiane umili e la musica. Quando il padre decide che sarà lei, e non i fratelli maschi , l’unica vera erede di casa Safamita, Costanza è costretta a trasferirsi a Palermo e affrontare la mondanità per trovarsi un marito.

Si innamora di un aristocratico affascinante ma che ha dissipato il patrimonio, Pietro Patella di Sabbiamena e riesce a sposarlo senza tuttavia risolvere e superare i propri nodi e le difficoltà affettive e sessuali.

La narrazione della balia procede alternando il piano socio culturale e politico con la rivelazione dei diversi eventi che caratterizzano la vita di Costanza.

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Boccamurata, ambientata in una Sicilia in via di cambiamento e innovazione, narra la storia di Tito che è a capo di una pasticceria, fonte di ricchezza ma anche di tensioni e conflitti tra i diversi componenti della sua famiglia e che solo lui riesce a tenere uniti.

L’unico sostegno è la zia Rachele, che l’ha cresciuto e che veglia sui suoi figli dal momento in cui la madre di Tito è scomparsa. Di lei non si sa nulla: una poco di buono oppure una signora di buona famiglia costretta a nascondersi e sparire, come ha sempre sostenuto il padre Gaspare? L’arrivo di Davide, figlio di un’amica della zia Rachele, e di Irina, fanno emergere dubbi e misteri e il passato si mescola continuamente al presente.

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La monaca, ambientato nella Sicilia del 1839. Agata, la figlia tredicenne del Maresciallo Padellani di Opiri, innamorata ricambiata del ricco Giacomo Lepre, viene mandata in convento alla morte del padre: per quanto nobile è famiglia è sull’orlo del disastro economico.

Dopo la disperazione iniziale, Agata si consola con lo studio, la coltivazione delle erbe medicinali, la preparazione del pane e dei meravigliosi dolci e legge i libri che il giovane capitano James Garson (conosciuto sulla barca che l’ha condotta a Napoli) le invia regolarmente.

Sebbene accetti la vita monastica e si impegni con passione alle sue attività, la curiosità per il mondo esterno e per le vicende in atto (Unità d’Italia e i profondi cambiamenti politici e sociali che l’accompagnano) e il desiderio e la speranza per una vita fuori dalle mura sono sempre più forti. La lettura l’accompagna e la sostiene nel corso della sua vita e la figura di Agata appare come quella di una donna moderna e straordinaria, una sorta di eroina di Jane Austen.

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In Via XX Settembre e Un filo d’olio (due testi autobiografici) Simonetta Agnello Hornby descrive le vicende personali, della sua famiglia e delle estati passate a Mosè, la casa di campagna, e le ricette della Nonna Maria realizzate insieme alla sorella Chiara.

La capacità straordinaria dell’autrice di descrivere paesaggi e scenari siciliani, i profumi e i colori, le abitudini e i riti quotidiani della madre e della zia Teresa ti permettono di immergerti e vivere colori, suoni e profumi. Le ricette di Un filo d’olio sono davvero invitanti e ti sfidano a provarle.

 

Con questa “preparazione culturale” sono atterrata a Palermo in maggio: la scusa era un convegno presso il Rettorato (Palazzo Chiaramonte Steri), ma mi sono presa un piccolo “sabbatico” e ho prenotato un albergo a Mondello.

Mi sono così regalata una passeggiata a Palermo (Itinerario arabo-normanno per mancanza di tempo) di cui vi invio alcune foto: Chiesa di San Cataldo, Chiesa S.M dell’Ammiraglio o Martorana, Palazzo Chiaromonte Steri fino al Teatro Politeama.

Mondello mi ha veramente stupito con le sue ville Liberty e il mare bellissimo, le Terme e la spiaggia al tramonto: il periodo migliore è ovviamente la tarda primavera o settembre-ottobre: un comodo Ryan air decolla ogni mattina per Palermo e rientra la sera tardi, ma è attivo anche il collegamento con Trapani.

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PS Simonetta Agnello Hornby vive a Londra ed è Avvocato dei Minori: due opere alternative sono dunque Vento scomposto, terribile romanzo ambientato nella Londra altoborghese in cui un ricco merchant banker vede travolta la sua vita da padre felice a accusato di terribili azioni e comportamenti a causa di un disegno della figlia che, secondo una maestra e un assistente sociale, segnalano disagio e malessere. Un incubo per qualunque genitore, soprattutto per chi conosce i Tribunali minorili e la rigidità di giudici e assistenti sociali.

La mia Londra è una descrizione dei luoghi più amati dalla scrittrice intrecciata alla narrazione degli eventi più cari della sua vita in Inghilterra.

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Monica

 

Buone, anzi buonissime notizie…..

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Dopo un periodo di crescita lenta la raccolta dei fondi per “Un bacino per Francesca” ha subito un’impennata e sono felice di dirvi che abbiamo raggiunto quota 6123 euro!

Credo che un grande contributo sia stato dato dalla raccolta effettuata dal Gruppo Scout Bologna 16. Un enorme grazie va a loro e a Monica che ha avuto l’idea di coinvolgerli in questo nostro progetto. Bravi!!!!! E bravi tutti quelli che hanno contribuito fino a oggi!!!!

Ricordo a tutti che abbiamo quindi superato la quota 5199 euro raccolti e uno dei donatori (ma chi????) ha vinto la possibilità di salire sul monte Kenya. Se non vi ricordate di cosa si tratta andate a leggere l’articolo ‘Tre passi per nutrire il pianeta’ apparso circa un mese fa su questo blog. Ora dobbiamo decidere come designare il/la fortunato/a che potrà vivere in prima persona questa bellissima avventura.

Forza, siamo sempre più vicini alla meta, si cominciano a intravvedere la sagoma del nostro bacino….per la Fag.

C’è bisogno della forza e dell’inventiva di tutti voi per giungere al traguardo…largo alle idee!!!!!

 

 

 

 

“Sa genti arrubia”

Pubblico un contributo che ci arriva da Cagliari, dalla nostra amica Caterina Pinna. Le foto sono gentilmente concesse da L’ Unione Sarda, quotidiano di Cagliari.

“Sa genti arrubia” arriva con la primavera. In volo dalla Spagna, dalla Francia, dal Nord Africa per raggiungere un piccolo paradiso di canne e acqua, tra il mare e la città.

Cagliari giugno 2011 - Fenicotteri in volo dalle saline di Quartu a Molentargius (foto Sandro Pigliacampo)

“Sa genti arrubia” (letteralmente “la gente rossa”, dal latino ruber) sono i fenicotteri rosa che da una ventina d’anni è tornata a nidificare negli stagni cagliaritani di Molentargius e di Santa Gilla. Un miracolo naturalistico unico perché avviene a un passo dai palazzi e dal rumore cittadino di auto e aerei. Circostanze delle quali i fenicotteri rosa non si curano: hanno fatto dello stagno di Molentargius – che condividono con garzette, aironi, volpoche, anatre e cavalieri d’Italia – il loro quartier generale. Non lontano dalle vasche di decantazione, dove una volta fioriva la ricca industria del sale, ora abitano speciali vicini di casa.

fenicotteri davanti avideolina elisabetta messina

Da questo specchio d’acqua, racchiuso tra le ultime abitazioni e il mare del Poetto, partono in perlustrazione giornaliera verso altri stagni, come quello di Santa Gilla, o tenendo la rotta verso ovest, le paludi delle spiagge di Chia. Ma se fate un salto a Villasimius, direzione opposta, è facile trovarli anche lì.

Il loro ritorno in città è ormai un appuntamento abituale, eppure ogni volta è un po’ una sorpresa vedere la “macchia rosa” occupare buona parte dello stagno. Restano qui, a covare le uova e una volta schiuse, ad accudire i pulli.

Non è necessario essere appassionati ornitologi per apprezzare lo spettacolo di un matrimonio nella famiglia di “sa genti arrubia”. Bisogna subito dire che i fenicotteri sono fatti all’antica e il corteggiamento, con voli e parate, deve precedere l’accoppiamento. Anche il “sì” deve essere ben meditato. Ecco perché prima di sbilanciarsi, passeggiano avanti e indietro, impettiti, battono le zampe, distendono le ali rosa e nere e muovono ritmicamente la testa, da una parte all’altra. Sembra di assistere a una danza, a un ballo.

Sarà per questo motivo che gli scienziati spagnoli, forse animati da un buona dose di spirito di campanile, sostengono che i movimenti del flamenco siano (anche filologicamente) figli dell’austero trampoliere, il flamingo. Nome che si ritrova nell’inglese e nel tedesco; per i francesi sono invece i flamant. Per noi sono “sa genti arrubia”, un nome che riassume bene le lunghe zampe rosse e il piumaggio rosato.

fenicotteri  elisabetta messina 5-5-2007

I vicini di casa pennuti hanno ripreso possesso di Molentargius ormai da un mese, e ci faranno compagnia tutta l’estate, sorprendendoci con i loro voli, rigorosamente in formazione. Il momento più emozionante è però alla sera, quando la città si fa silenziosa. All’improvviso può capitare di sentire un gran frullio d’ali sulla testa: basta alzare lo sguardo ed ecco “sa genti arrubia” in volo sui tetti di Cagliari.Fenicotter_11528606

 

 

La riscoperta della semplicità

Mi sono imbattuto qualche tempo fa nel seguente passaggio scritto una trentina di anni fa da Alexander Langer (1946 –1995), tra i fondatori del partito dei Verdi italiani e primo presidente del Green Group in the European Parliament.

“Dovremo imparare a traghettare:
dai tanti ai pochi chilowattori;
– da una super-alimentazione artificiale ad una nutrizione più equa e più compatibile con l’equilibrio ecologico e sociale;
dalla velocità supersonica a tempi e ritmi più umani e meno energivori;
dalla produzione di troppo calore e troppe scorie inquinanti ad un ciclo più armonioso con la natura.
Passare, insomma, dalla ricerca del superamento dei limiti ad un nuovo rispetto di essi e da una civiltà dell’artificializzazione sempre più spinta ad una riscoperta di semplicità e di frugalità.”

Molti di questi concetti sono oggi attuali e ampiamente condivisi, modulano la politica delle nostre città nonché le nostre vite (risparmio energetico, prodotti a km 0, riduzione dell’inquinamento e dei rifiuti, ecc. ecc.).
Mi stimola però questa idea di “riscoperta di semplicità e di frugalità”.

A questo proposito, nel 2004 è uscito il libro The Paradox of Choice: Why More Is Less, in cui l’autore, Barry Schwartz uno psicologo americano, professore di Teoria Sociale, espone la sua tesi sul perché Più sia in realtà Meno: più scelte non significano necessariamente migliori opportunità o più soddisfazione. Tanta scelta non ci ha resi più liberi ma più paralizzati; non più felici ma più insoddisfatti.

Ecco quindi la trascrizione di un suo speech in cui argomenta queste sue tesi. È un riadattamento di un intervento a TED che trovate qui.

*   *   *

Vorrei cominciare con quello che io chiamo “il dogma ufficiale” di tutte le società industriali occidentali che recita: “Se vogliamo massimizzare il benessere dei nostri cittadini, il modo per farlo è massimizzare la libertà individuale.” Il motivo sta, da un lato, nel fatto che la libertà è in sé stessa un valore, è preziosa, utile, essenziale per gli esseri umani. Dall’altro sta nel fatto che se siamo liberi, ognuno di noi può agire per proprio conto per fare tutto ciò che massimizzi il nostro benessere, senza nessuno che decida in nome nostro. Il modo per massimizzare la libertà è massimizzare la scelta.

Più scelte le persone hanno, più sono libere, e maggiore è la loro la libertà, maggiore è il loro benessere. Questo, ritengo, è così profondamente radicato nella società che nessuno si sognerebbe di metterlo in dubbio. Ed è anche profondamente radicato nelle nostre vite.

Alcuni esempi: nel mio supermarket, che non è particolarmente grande, ci sono 175 condimenti, senza contare le 10 varietà di olio extravergine di oliva ed i 12 aceti balsamici che potete comprare per farvi il vostro mix personalizzato, nell’incresciosa circostanza che nessuno dei 175 già pronti sia di vostro gradimento.
Poi andate in un negozio di elettronica per comprare uno stereo: casse, lettore CD, radio, piastra, amplificatore. Bene, in un singolo negozio di elettronica c’è, per ogni pezzo, un buon numero di componenti, al punto che in un solo negozio esistono qualcosa come più di 6 milioni di diverse combinazioni usando i componenti esistenti.

C’è tantissima scelta anche in altri campi: il mondo delle comunicazioni, ad esempio. Una volta, si noleggiava il telefono, non lo si comprava, con la conseguenza tra l’altro, che il telefono non si rompeva mai. Questi tempi sono finiti. Adesso abbiamo una varietà quasi illimitata di cellulari, ognuno dei quali fa tantissime cose, oltre che telefonare e se qualcuno entra in un negozio e chiede un telefono che non faccia troppe cose, potete star certi che la risposta sarà negativa: al giorno d’oggi non è possibile comprare un cellulare che non faccia troppe cose.

Così, in altri aspetti della vita che sono molto più importanti degli acquisti, si verifica la stessa esplosione di scelte. C’è tantissimo marketing di prodotti farmaceutici, diretto a persone come me e voi, che se ci pensate non ha nessun senso, visto che non possiamo comprarli direttamente. Ma se non possiamo comprarli, perché ce li pubblicizzano? La risposta è che vogliono che domattina chiamiamo il dottore per chiedergli di cambiarci la ricetta.

Non da meno l’ambito lavorativo. Oggi si può lavorare da casa, in movimento e possiamo decidere se lavorare o no. Possiamo andare a vedere nostro figlio giocare a calcio, con il cellulare in una tasca, il Blackberry nell’altra, ed il notebook sulle ginocchia. E anche se sono tutti spenti, ogni minuto che vediamo nostro figlio giocare, ci stiamo anche chiedendo, “Devo rispondere a questa chiamata?” “Devo rispondere a questa email? Devo abbozzare questa lettera?” Ed anche quando la risposta è “no”, tutto questo rende l’esperienza della partita di nostro figlio molto diversa da quella che sarebbe stata in altre condizioni.

Cosa significa, questa incredibile libertà di scelta che abbiamo? È che dobbiamo continuamente decidere, continuamente, in ogni momento. Da qualsiasi parte guardiamo, cose piccole e grandi, oggetti materiali e stili di vita, la vita è una questione di scelte. Una volta c’erano alcune possibilità, ma non tutto era una questione di scelta. Oggi abbiamo un mondo flessibile, dove tutto dipende dalle scelte che facciamo. I lati positivi li conosciamo tutti, quindi parlerò di quelli negativi. Tutta questa scelta comporta effetti negativi sulle persone.

Il primo, paradossalmente, è che produce paralisi invece che libertà.
Con tante opzioni, diventa molto difficile scegliere. Vi offro un esempio significativo tratto da uno studio condotto sui piani di pensionamento volontario. Per ogni 10 soluzioni che vengono offerte in più, la percentuale di adesione scende del 2%. Con 50 fondi offerti, c’è il 10% in meno di adesioni rispetto a quando ne sono disponibili solo 5. Perché? Perché con 50 fondi fra i quali scegliere, è maledettamente difficile decidere, e la scelta viene rimandata a dopo, a dopo e ancora a dopo, e naturalmente dopo non arriva mai.

Il secondo punto è che anche se riusciamo ad evitare la paralisi e fare una scelta, alla fine siamo meno soddisfatti dal risultato di come saremmo stati con meno opzioni fra le quali scegliere.
E questo per diverse ragioni. Una di queste è che con tante scelte possibili, se quella fatta non è assolutamente perfetta, se immaginiamo che avremmo potuto fare una scelta diversa, che avrebbe potuto essere migliore, l’alternativa immaginata ci induce a rammaricarsi della scelta fatta ed il rimpianto diminuisce la soddisfazione ricavata dalla decisione presa, anche quando fosse un’ottima decisione.
Più scelte ci sono, più è facile dispiacersi di qualunque dettaglio che sia insoddisfacente dell’opzione scelta.
E poi c’è il costo-opportunità (cioè le cose alle quali si rinuncia con quella scelta), che diminuisce la soddisfazione per quel che abbiamo, anche quando la scelta è stata eccellente. Qualsiasi cosa tu scelga, scegli allo stesso tempo di non fare le altre. Le cose che non scegliamo hanno tante attrattive che possono rendere meno attraente ciò che facciamo.

Terzo punto: la spirale crescente delle aspettative.
L’ho provato sulla mia pelle comprando un nuovo paio di jeans. Una volta i jeans erano di un solo tipo, li compravi e all’inizio vestivano malissimo, erano scomodissimi. Cominciavano ad andare bene solo dopo averli portati una vita e lavati un sacco di volte. Allora, sono andato di recente a comprarne un paio nuovo ho chiesto “Mi serve un paio di jeans, questa è la mia taglia.” Il commesso mi fa: “Li vuole slim fit, easy fit, relaxed fit? Li vuole con la cerniera o con i bottoni? Stonewashed o acidwashed? Li vuole strappati? Sotto li vuole larghi o stretti? Bla bla bla…” Continuava ad elencare. Ero sbalordito e per un’ora ho provato tutti ‘sti maledetti jeans e alla fine sono uscito dal negozio, giuro, con il miglior paio di jeans che avessi mai avuto. Era il massimo. Con tutta quella scelta avevo ottenuto il meglio. Ma mi sentivo peggio. Perché?
Ho scritto un libro intero per capirlo. Il motivo per cui stavo peggio è che con tutta quella scelta le mie aspettative erano altissime, i jeans dovevano essere perfetti. Una volta, quando ne esisteva solo un tipo, avevo aspettative minime. Non mi aspettavo niente di eccezionale, Ma con 100 tipi diversi, accidenti, almeno uno doveva essere perfetto. Quello che avevo acquistato era buono, ma non perfetto. Dopo aver paragonato quello scelto con quello che cercavo ero insoddisfatto in confronto alle aspettative.
L’aggiunta di opzioni nella vita delle persone non fa che aumentare le aspettative che queste hanno rispetto all’eccellenza delle opzioni stesse. E questo produrrà meno soddisfazione, anche quando i risultati sono buoni.

Il motivo per cui si stava meglio quando si stava peggio è che quando si stava peggio era ancora possibile incontrare delle sorprese piacevoli. Oggigiorno, nel mondo in cui viviamo – cittadini opulenti, industrializzati, con l’aspettativa della perfezione – il massimo che possiamo sperare è che le cose siano all’altezza delle aspettative. Non avrete mai sorprese piacevoli perché le vostre aspettative, le mie aspettative, si sono ingigantite. Il segreto della felicità è: “Avere basse aspettative”. Accontentarsi non è sempre una brutta cosa.

Infine, una conseguenza del comprare un paio di jeans scomodi quando c’è solo un tipo di jeans è che quando non siete soddisfatti, e vi chiedete chi è il responsabile, la risposta è chiara. Il mondo è il responsabile. Cosa potrei farci io?
Quando ci sono centinaia di tipi di jeans, e ne comprate uno insoddisfacente, e vi chiedete chi è il responsabile, è altrettanto chiaro che il responsabile siete voi. Avreste potuto fare meglio. Con centinaia di varietà disponibili, non ci sono scuse per l’insuccesso. Così quando le persone prendono decisioni, anche se il risultato è valido, si sentono insoddisfatte e danno la colpa a loro stesse.

Negli ultimi anni la depressione è esplosa nel mondo industrializzato. Credo che un fattore significativo – non l’unico, ma importante – di questa ondata di depressione (e anche di suicidi) sia proprio che le persone hanno esperienze deludenti perché gli standard sono troppo alti. E quando devono spiegarsi questa situazione pensano che la colpa sia loro. Quindi il risultato finale è che in generale stiamo meglio, oggettivamente, ma ci sentiamo peggio.

Non c’è alcun dubbio che un po’ di scelta sia meglio che non averne affatto ma da questo non deriva che molta scelta sia meglio di un po’. C’è un valore critico, magico. Non so quale sia. Ma sono abbastanza sicuro che abbiamo superato da un pezzo il livello in cui le scelte migliorano la nostra vita.

Ora, dal punto di vista politico il nocciolo è il seguente. Ciò che permette tutta questa scelta nelle società industriali è la ricchezza materiale. Ci sono molti posti nel mondo in cui il problema non è che hanno troppa scelta. Il problema è che ne hanno troppo poca. Per cui la faccenda di cui sto parlando è un malessere esclusivo delle moderne e ricche società occidentali. Se un po’ di quello che nelle nostre società permette tanta scelta fosse riversato in quelle dove la gente ha troppo poche possibilità, non sarebbe solo la loro vita a migliorare ma anche la nostra.

Questo è quello che gli economisti chiamano un miglioramento paretiano: una ridistribuzione del reddito farebbe bene a tutti, non solo ai poveri.

you-can-be-anything-you-want-to-be_peter-steiner“Figliolo, puoi diventare tutto ciò che vuoi, non hai limiti”… Voi, persone di cultura, penserete: ma cosa crede quel pesce? È ovvio che non si può far nulla in una boccia di vetro. Un’immaginazione castrata, una visione limitata del mondo… e anch’io l’ho interpretata così, all’inizio.

Ma poi, pensandoci, invece, mi sono reso conto che quel pesce la sa lunga. Perché la realtà dei fatti è che se si manda in frantumi la boccia, in modo che “tutto sia possibile” non si ottiene libertà. Si ottiene paralisi. Se rompete la boccia, in modo che tutto diventi possibile diminuite la soddisfazione, accentuate la paralisi, e riducete il benessere.

Tutti hanno bisogno di una sfera. Questa è quasi certamente troppo stretta, forse persino per il pesce e sicuramente per noi. Ma l’assenza di qualche sfera simbolica è una ricetta per l’infelicità.

*   *   *

P.S. Quando vado in una pizzeria con 10 pagine di pizze diverse, scorro sempre un po’ distrattamente tutte le pizze proposte, i nomi improbabili che il gestore si è inventato e i diversi ingredienti che le compongono. Poi finisco immancabilmente per rifugiarmi in una delle mie due-tre preferite (a seconda dell’umore).
Però non riesco a non pensare che sto pagando anche gli ingredienti della “Bertuccina”, pizza magari pochissimo scelta, e che proprio per questo vanno presto nei rifiuti (ovvero che il gestore propina anche se un po’ “avanzati”). Questo vale evidentemente anche per i ristoranti con menu sconfinati.

Non è che avere un menu un po’ più ridotto, fare meno cose ma meglio, sia più fruttuoso sia per lui (gestore) che per me (consumatore)?

 

Tre passi per nutrire il pianeta

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3×5199 é il brand che il CEFA ha scelto per lanciare il progetto Kitui.

Si tratta del progetto-contenitore nel quale é inserita la nostra iniziativa “Un bacino per Francesca”.

 

 

Dietro a questo nome ci sono:
– 3 passi da fare per realizzare questo ambizioso progetto
5199 metri della vetta obiettivo (il Monte Kenia), nonché i fondi da raccogliere da parte di ciascuna “squadra” in gioco
3 passi x raggiungere 5199 mt, in un percorso di solidarietà e trekking assieme al CEFA.

Una sfida che porta in alto, sul Monte Kenia in particolare, chi raggiunge almeno 5199 euro di fondi a sostegno del progetto. Ma ci sono anche premi e tappe intermedie di grande interesse.
Per maggiori informazioni: www.3×5199.org

“Un bacino per Francesca” punta alla dedica di una diga alla nostra amica, ma é già molto vicino alla vetta e con qualche piccolo, ulteriore sforzo potrà quindi  inviare una persona – tra coloro che hanno sostenuto il progetto – nel trekking-tour sul Monte Kenia, che avverrà in agosto 2016.

Restano da decidere le modalità con cui scegliere il/la designato/a.  Sono aperti i suggerimenti.

Siccome le note di sottofondo di 3X5199 (si sale, si sale, si va in cielo!) potrebbero essere quelle di Stairway to Heaven, il mitico pezzo dei Led Zeppelin, ve lo propongo in una versione insolita, meno rock e più pop ma per me altrettanto bella, con a sorpresa nel finale un grande coro.

 

Fascination of plants day

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Rita ci segnala che il Fascination of plants day, che si terrà a Bologna con passeggiate seminari e conferenze all’orto Botanico e nella aule universitarie adiacenti, ha l’obiettivo di “affascinare con le piante il maggior numero possibile di persone”.
Direi quindi che dovrebbe trovare terreno fertile fra i frequentatori di queste pagine.

Nel ricco programma si segnala inoltre la presenza di alcune nostre amiche.

Sabato 16 Maggio Orto Botanico, Via Irnerio 42, ore 14.00

Passeggiata nell’Orto sul tema “L’ impollinazione: passeggiata tra i fiori alla ricerca di profumi e insetti ” – Marta Galloni e Francesca Rapparini

 

Lunedì 18 Maggio Aula B, Via Irnerio 42, ore 14:00-18:00

Respiri e sospiri delle piante in città e in Orto – Rita Baraldi

 

Sabato 23 Maggio Orto Botanico, Aula A, Via Irnerio 42, ore 10.00-13.00

Alla scoperta dei profumi delle piante: una comunicazione invisibile – Francesca Rapparini

 

Se volete saperne di più, andate al link: https://eventi.unibo.it/plantday2015

 

 

Coinvolgi i tuoi amici

Cari amici, la raccolta fondi si è un po’ arenata: nell’ultima settimana non c’è stato nessun nuovo contributo. Siamo arrivati praticamente a metà strada, sono infatti stati raccolti a tutt’oggi 3930 euro, ed è un peccato gettare la spugna proprio ora. Perché se è vero che la meta è ancora lontana è altrettanto vero che di strada assieme ne abbiamo già fatta tanta!!!!

Il nostro blog, il nostro progetto, il nostro gruppo si fonda sull’amicizia e quindi vi chiedo: “Che ne dite se coinvolgessimo altri amici per portare a compimento il progetto e il nostro bacino per la Fag?” Lo facciamo in suo nome per cercare di dare opportunità di una vita decorosa a tante donne e bambini.

Allora se siete d’accordo forza, diamoci da fare. La media dei visitatori del blog è di circa una ventina di persone diverse ogni giorno, ma non sono necessariamente sempre le stesse. Siamo tanti: se ognuno di noi riesce a coinvolgere meno di dieci “nuovi amici” a cui chiedere di contribuire anche solo con 20 euro, l’obiettivo si raggiunge in un attimo. E non ditemi di non avere dieci amici su cui poter contare….

amici

 

Antonio Monda, L’ ASSOLUZIONE

assoluzione

L’AUTORE

Antonio Monda è italiano ma vive da vent’anni a New York.

Il suo primo amore e le sue prime esperienze lavorative sono state nel cinema.

Insegna regia alla NY University, scrive su Repubblica, ha una trasmissione su Rai News 24 che si chiama Central park west.

Ha scritto vari romanzi, forse il più famoso è “ L’America non esiste”.

E’ un intellettuale glamour, pare che la sua bella casa su Central Park sia frequentata dall’élite letteraria e cinematografica di New York, attirata dall’alto livello della conversazione ma dall’ancor più alto livello della cucina, ovviamente italiana.

In Italia ha fondato un festival culturale che si tiene tutti gli anni a Capri, in giugno, e che ospita i più importanti autori nordamericani.

La sua scrittura è lieve, ironica, ma affronta temi profondi.

L’OCCASIONE

La recente strage del Tribunale di Milano ha lasciato tutti attoniti.

Il giorno successivo alla commemorazione svoltasi nell’aula magna del Tribunale di Milano, la madre del giovane avvocato vittima della follia omicida, anche lei avvocato, ha avuto il coraggio di ricordare a tutti la “dignità della professione forense, e del suo valore sociale”.

Sono le parole contenute nel giuramento professionale che ciascun avvocato pronuncia, all’inizio della carriera. E che qualcuno forse dimentica, strada facendo.

Ognuno è chiamato a fare scelte, nella professione e nella vita.

In un momento storico in cui etica e morale sembrano sfumare e non essere più in linea con i nuovi valori e in cui la cosiddetta crisi tutto legittima e giustifica, il richiamo alla dignità e al valore sociale dell’avvocatura ha ridato coraggio e orgoglio a chi crede nell’etica dell’impegno e nella legge come strumento di convivenza civile.

Ho ripensato a questo romanzo, che avevo letto qualche anno fa, e ve lo ripropongo, come lettura lieve ma anche spunto di riflessione profonda.

IL PROTAGONISTA

Andrea è un neo avvocato. Proviene da una famiglia molto semplice, i suoi genitori hanno un piccolo negozio nella provincia di Napoli.

Sono orgogliosi del figlio e al tempo stesso dispiaciuti, perché sentono che la cultura e la carriera lo allontaneranno sempre più, e non solo fisicamente.

Andrea ha studiato molto, ama i libri, l’arte, i cantautori francesi e il cinema d’autore.

Non è mai stato bello e sa di risultare poco affascinante con le ragazze.

Quella di cui è innamorato, poi, appartiene ai “quartieri alti”, frequenta amici con abiti impeccabili, ama le feste, le belle auto, e si annoia con lui e con i suoi film impegnati. Ma in fondo, Andrea “..ama l’arte, il cinema e il diritto più di quanto non amasse lei “. Anche se si sente solo…

Così, mentre lei si sposa con un rampollo della Napoli bene, Andrea si concentra sul lavoro e sulle sue aspirazioni professionali. Si è infatti realizzato un suo sogno: è stato accettato come praticante nello studio di un famoso penalista napoletano, professore universitario, che lui ha sempre ammirato moltissimo.

L’incontro con il Principe del Foro è stato folgorante. Ha ripagato Andrea degli anni trascorsi a sentirsi solo, rifiutato dalle ragazze, e quasi deriso per le tante ore passate sui libri .

Il “più grande penalista del meridione“, garantista convinto, è affascinante e carismatico, ferreo sostenitore che anche il più efferato dei criminali debba essere considerato innocente fino a prova contraria. Pensa che un uomo di diritto abbia il dovere morale di non apparire, mantiene volutamente il proprio studio su dimensioni piccole, con una fedele segretaria e pochi collaboratori.

Piano piano, si crea una confidenza inaspettata fra il giovane praticante e l’anziano Principe del Foro, che desta la gelosia degli altri collaboratori dello studio.

Il grande avvocato inizia a invitare a cena il giovane Andrea, nella sua elegante casa affacciata sul golfo di Napoli. E mentre una burbera governante cucina prelibatezze, fra raffinate opere d’arte e musica di Mozart si snodano appassionanti conversazioni sugli argomenti più disparati, dal diritto all’arte, al cinema, alla boxe.

Andrea sente che “ogni giorno che passa accanto a lui, cresce senza invecchiare, perché i principi di cui dibattono non appartengono alla caducità del tempo, ma all’eternità”.

Fino a quando accade che

LA TRAMA

Il Principe del Foro accetta la difesa di un uomo sgradevole e volgare con un’accusa infamante: atti di libidine nei confronti di una minorenne.

Vuole assistere e scagionare l’accusato, facendo valere i principi giuridici in cui crede profondamente, e Andrea collabora alla difesa.

Strada facendo, lavorando al caso, acquisendo elementi su elementi, il giovane (turbato dalla procace bellezza della figlia dell’accusato) comincia a dubitare che la sola forza dei principi giuridici possa far assolvere l’imputato.

Coraggiosamente propone al grande avvocato di usare una strategia diversa: migliorare l’immagine dell’uomo e istillare il dubbio che non sia una persona così abbietta, fargli assumere comportamenti, abiti e linguaggio che possano predisporre favorevolmente i giudici.

Il grande avvocato, convinto che solo la forza dei principi giuridici debba e possa essere fatta valere, ascolta la proposta del giovane quasi come un affronto. Si consuma uno strappo silenzioso nell’intesa fra i due.

Ma improvvisamente, l’anziano avvocato ha un serio malore e viene ricoverato. Le sue condizioni sono gravi e non gli consentono di riprendere il lavoro.

Sarà Andrea a dover rappresentare l’accusato e a sostenere il processo, e a scegliere se seguire la linea di difesa e gli inflessibili principi del Principe del Foro o le proprie idee più moderne e disinvolte.

Da questa scelta dipenderà l’orientamento del suo futuro, nella professione e nella vita…

Mi fermo qui.

Buona lettura

 

 

Agnello cacio e uova

Ecco la ricetta che ho ricevuto da Simona, cuoca sopraffina.

 Ingredienti per 4 persone:

  • 1Kg di spezzatino di agnello
  • 100 gr di pecorino grattugiato
  • 3 uova
  • 3 spicchi di aglio
  • ½ bicchiere di vino bianco secco
  • il succo di un limone
  • 1 cucchiaio di pangrattato
  • olio EVO
  • sale, pepe

Fate rosolare l’agnello in un tegame con un filo di olio e l’aglio affettato.
Salate, pepate, sfumate con il vino, coprite e fate cuocere dolcemente per un’ora.
Sbattete le uova in una ciottola con il pecorino, il succo di limone, il pangrattato, sale e pepe.
Versate il composto nel tegame con la carne ormai cotta e lasciatelo rapprendere, mescolando.

Servire subito.

Slurp!!!agnello-cacio-uova